Sapolsky, il caffè e gli scacchi
Siccome io sono io lasciatemi partire dalla fine che però, temporalmente, in effetti è anche l’inizio.
Qualche settimana fa, partecipando a un torneo in linea del mio circolo di scacchi, ho giocato dopocena contro un avversario che scherzando mi aveva confidato di essersi bevuto diversi caffè perché era molto stanco. Partita in sé modesta che si risolve con una svista grazie alla quale riesco a vincere.
Più recentemente ho iniziato a leggere “Behave” di Sapolsky (quello di cui seguivo il corso bellissimo su Youtube... e che probabilmente riprenderò perché presenta info diverse rispetto al libro) e nel primo capitolo spiega, ovviamente a grandi linee, i meccanismi neurologici che ci portano a prendere le decisioni.
In realtà raggiunge un livello di dettaglio superiore alle mie scarse capacità mnemoniche quindi la mia sintesi sarà decisamente rozza e, forse, con qualche inesattezza: vabbè è per farvi capire, il “succo” credo che sia più o meno corretto!
In pratica nel cervello collaborano insieme, lavorando in parallelo, varie parti di esso.
In particolare vi è un dualismo fra il sistema limbico, la parte più antica del cervello, con la corteccia frontale, che invece è la più moderna ed è molto sviluppata nell’uomo e in altri primati.
Le percezioni sensoriali arrivano sia alla corteccia frontale, che ci ragiona sopra, interpreta e decide che fare, ma anche a quella limbica che ne fa un’analisi molto più veloce ma anche meno approfondita.
In situazioni “tranquille”, come detto, è la corteccia che decide cosa fare ma questo non sempre avviene nelle situazioni stressanti. L’amigdala, una parte del sistema limbico, presiede infatti alle situazioni di paura/violenza e può quindi succedere che se siete un poliziotto inesperto e un sospetto, che sapete potenzialmente armato e pericoloso, estrae improvvisamente dalla tasca un grosso telefonino scuro ecco che l’amigdala scatta in azione provocando paura e spingendo il poliziotto a premere immediatamente il grilletto prima che la corteccia frontale abbia fatto in tempo a riconoscere l’oggetto impugnato per ciò che effettivamente è.
Oppure se per sbaglio toccate una pentola che scotta non è che ci si mette a ragionare “Uhm… sento un forte dolore alle dita: non sarà forse che il tegame sia arroventato? Per sicurezza proviamo ad allontanarle e vediamo che succede…” ma al contrario fate un urlo e la mano schizza via di scatto senza alcuna riflessione.
In generale il sistema limbico è un sistema “go” che agisce quando non c’è tempo per pensare e aspettare le “mature e profonde riflessioni” (stile Francesco Giuseppe!) della corteccia frontale (sistema “stop”). Quest’ultima, al contrario, è un sistema “frenante” che va a controllare e contrastare quello che il sistema limbico ci spingerebbe a fare. In particolare la corteccia frontale è in grado di mirare a obiettivi, ovvero a ricompense lontane: per esempio se abbiamo fame e aprendo il frigorifero vediamo una bella torta di cioccolata, il sistema limbico subito ci spinge a prenderla e mangiarla; la corteccia frontale invece ci ricorda che vogliamo perdere peso perché fra qualche mese al mare vogliamo essere muscolosi e asciutti e senza pancetta…
L’equilibrio fra corteccia frontale e sistema limbico è regolato (fra i tanti meccanismi) dalla dopamina, un neurotrasmettitore. Non è proprio così ma in prima approssimazione si può pensare che “più dopamina” = “maggiore impulsività”.
E finalmente possiamo chiudere il cerchio!
Quando beviamo il caffè, si vanno a inibire dei sensori sensibili alla adenosina (che segnale la stanchezza) che però sono accoppiati a quelli per la dopamina: l’effetto è che col caffè, pur non variando la quantità di dopamina, il cervello diviene più sensibile a quella presente e, quindi, più impulsivo.
Tornando agli scacchi la memoria (l’ippocampo) ci fa riconoscere degli schemi, delle configurazioni dei pezzi, e questo porta alla sensazione di sapere quale sia istintivamente la “mossa giusta” e la dopamina spinge a giocarla subita. Ma negli scacchi le configurazioni non sono tutto: bisogna osservare anche i dettagli. Una certa configurazione dei pezzi potrebbe suggerire una mossa che il 95% delle volte è in effetti quella corretta ma una volta su venti invece ci fa perdere immediatamente la partita!
È la corteccia frontale che è capace di valutare correttamente la situazione e decidere cosa muovere, ma se si è bevuto troppo caffè si rischia di essere impulsivi, di giocare troppo rapidamente e “non pensare”: ecco che quindi le orribili sviste col caffè divengono ancora più probabili che senza di esso. Meglio giocare sentendosi stanchi che dare al cervello un’illusoria sensazione di controllo e sicurezza…
Qualche settimana fa, partecipando a un torneo in linea del mio circolo di scacchi, ho giocato dopocena contro un avversario che scherzando mi aveva confidato di essersi bevuto diversi caffè perché era molto stanco. Partita in sé modesta che si risolve con una svista grazie alla quale riesco a vincere.
Più recentemente ho iniziato a leggere “Behave” di Sapolsky (quello di cui seguivo il corso bellissimo su Youtube... e che probabilmente riprenderò perché presenta info diverse rispetto al libro) e nel primo capitolo spiega, ovviamente a grandi linee, i meccanismi neurologici che ci portano a prendere le decisioni.
In realtà raggiunge un livello di dettaglio superiore alle mie scarse capacità mnemoniche quindi la mia sintesi sarà decisamente rozza e, forse, con qualche inesattezza: vabbè è per farvi capire, il “succo” credo che sia più o meno corretto!
In pratica nel cervello collaborano insieme, lavorando in parallelo, varie parti di esso.
In particolare vi è un dualismo fra il sistema limbico, la parte più antica del cervello, con la corteccia frontale, che invece è la più moderna ed è molto sviluppata nell’uomo e in altri primati.
Le percezioni sensoriali arrivano sia alla corteccia frontale, che ci ragiona sopra, interpreta e decide che fare, ma anche a quella limbica che ne fa un’analisi molto più veloce ma anche meno approfondita.
In situazioni “tranquille”, come detto, è la corteccia che decide cosa fare ma questo non sempre avviene nelle situazioni stressanti. L’amigdala, una parte del sistema limbico, presiede infatti alle situazioni di paura/violenza e può quindi succedere che se siete un poliziotto inesperto e un sospetto, che sapete potenzialmente armato e pericoloso, estrae improvvisamente dalla tasca un grosso telefonino scuro ecco che l’amigdala scatta in azione provocando paura e spingendo il poliziotto a premere immediatamente il grilletto prima che la corteccia frontale abbia fatto in tempo a riconoscere l’oggetto impugnato per ciò che effettivamente è.
Oppure se per sbaglio toccate una pentola che scotta non è che ci si mette a ragionare “Uhm… sento un forte dolore alle dita: non sarà forse che il tegame sia arroventato? Per sicurezza proviamo ad allontanarle e vediamo che succede…” ma al contrario fate un urlo e la mano schizza via di scatto senza alcuna riflessione.
In generale il sistema limbico è un sistema “go” che agisce quando non c’è tempo per pensare e aspettare le “mature e profonde riflessioni” (stile Francesco Giuseppe!) della corteccia frontale (sistema “stop”). Quest’ultima, al contrario, è un sistema “frenante” che va a controllare e contrastare quello che il sistema limbico ci spingerebbe a fare. In particolare la corteccia frontale è in grado di mirare a obiettivi, ovvero a ricompense lontane: per esempio se abbiamo fame e aprendo il frigorifero vediamo una bella torta di cioccolata, il sistema limbico subito ci spinge a prenderla e mangiarla; la corteccia frontale invece ci ricorda che vogliamo perdere peso perché fra qualche mese al mare vogliamo essere muscolosi e asciutti e senza pancetta…
L’equilibrio fra corteccia frontale e sistema limbico è regolato (fra i tanti meccanismi) dalla dopamina, un neurotrasmettitore. Non è proprio così ma in prima approssimazione si può pensare che “più dopamina” = “maggiore impulsività”.
E finalmente possiamo chiudere il cerchio!
Quando beviamo il caffè, si vanno a inibire dei sensori sensibili alla adenosina (che segnale la stanchezza) che però sono accoppiati a quelli per la dopamina: l’effetto è che col caffè, pur non variando la quantità di dopamina, il cervello diviene più sensibile a quella presente e, quindi, più impulsivo.
Tornando agli scacchi la memoria (l’ippocampo) ci fa riconoscere degli schemi, delle configurazioni dei pezzi, e questo porta alla sensazione di sapere quale sia istintivamente la “mossa giusta” e la dopamina spinge a giocarla subita. Ma negli scacchi le configurazioni non sono tutto: bisogna osservare anche i dettagli. Una certa configurazione dei pezzi potrebbe suggerire una mossa che il 95% delle volte è in effetti quella corretta ma una volta su venti invece ci fa perdere immediatamente la partita!
È la corteccia frontale che è capace di valutare correttamente la situazione e decidere cosa muovere, ma se si è bevuto troppo caffè si rischia di essere impulsivi, di giocare troppo rapidamente e “non pensare”: ecco che quindi le orribili sviste col caffè divengono ancora più probabili che senza di esso. Meglio giocare sentendosi stanchi che dare al cervello un’illusoria sensazione di controllo e sicurezza…
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